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DresdenBell, un puffo horrendo

Stupida sfortunata e polemica. A vostro rischio e pericolo.


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intermittenza psicotica

Ognuno di noi ha qualche momento in cui magari non si riconosce completamente e dice o commette sciocchezze. Che rimangono nella storia, ovviamente. Sono intermittenze.



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scintille
dresdenbell, giovedì, 27 agosto 2009 at 09:26, commenti ?
serietĂ , polemica sterile, maledetta da qualche dio, traumi infantili, trip cosmici.

non ho ancora superato i miei problemi con le masse di persone. me ne sono resa conto nel modo peggiore. mi sento ancora soffocare, mi sento rimpicciolire. non gestisco la tensione. non tollero la presenza di certa gente. mi sento estranea ed aliena. non comprendo certi comportamenti.
io amo i colori. esco per divertirmi, la sera. penso di avere un'ottima conoscenza musicale. e culturalmente non sono niente male. sono una tipa da centro sociale. sono una tipa da birra la pub, anche se bevo solo superalcoolici. leggo una quantità di libri imbarazzante. alcuni sono imbarazzanti anche per i contenuti. ho delle lacune nella mia educazione, e sopperisco a questa mancanza con l'impegno e l'interesse per quel che faccio. inizio trecento cose diverse e non ne finisco mai una. talvolta ho idee grandiose per "la mia arte", che poi però si riducono ad essere aria fritta. sono una tipa da "andiamo a giocolare al parchetto". sono tollerante, sono accondiscendente e cerco di mediare, evitando sempre lo scontro, se possibile. non mi arrabbio quasi mai. compro il giornale tutti i giorni e lo leggo in pausa pranzo.
ho smesso di scrivere quand'è morto papà. ogni tanto dimentico le date importanti, ma ricordo a memoria tutti i compleanni dei miei amici e dei miei parenti. ogni tanto anche i numeri di cellulare. so citare senza sforzo le frasi di almeno 5 film, quasi per intero. ed anche in lingua originale. non mi interessa cosa pensa la gente delle mie acconciature o dei miei vestiti. indosso gioielli di poco valore a livello economico, ma grandissimo a livello affettivo. se ne avessi la possibilità viaggerei tutta la vita.
ho avuto una serie di relazioni sbagliate, che mi hanno disillusa. non mi interessa più. ho un senso dell'umorismo distorto. oltre a mio padre, pochi altri personaggi li identifico come eroi: alessandro il grande, nikola tesla, david bowie, salvador dalì e j.d.salinger. ci sono stati una professoressa ed un libro che mi hanno cambiato la vita, e mi hanno detto la verità su di me.
sono scurrile e volgare. sono trasandata nello stile di vita. ho quasi sempre sonno. ho paura del confronto. ho paura del giudizio. non sono proprio sfortunata, ma diciamo che ho meno fortuna della media. da piccola non ho mai imparato a fare la ruota, e non ho mai praticato regolarmente uno sport di squadra. sono imbranata come una foca nel 90% delle cose che faccio. a volte fingo di capire quel che mi viene detto anche se non è vero. sono testarda. ho imparato che posso contare esclusivamente su me stessa senza danno.

sono tutte queste cose e molto altro. ed una persona me l'aveva fatte perdere. mi aveva svalutata, svuotata. era perfino riuscito nell'intento di farmi perdere l'autostima, allo scopo di accrescere la sua. era riuscito nell'intento di farmi sentire una persona piccola, nonostante fossi ben consapevole del fatto che la persona piccola fosse lui.
è stato solo ritrovarmi in un ammasso di gente come lui, in una situazione dalla quale non era possibile andarmene, fra persone come lui, che mi ha aperto gli occhi e la mente. ed ora mi chiedo com'è possibile che sia successo, com'è possibile che mi sia buttata via per così poco.
mai più dubiterò di me.





Irene

dovresti saperlo.
dresdenbell, domenica, 05 ottobre 2008 at 21:56, commenti ?
serietĂ , weirdo, polemica sterile, maledetta da qualche dio, traumi infantili, videonscreen.

non ho ancora ben capito il perchè ogni volta che vedo una foto di alanis morissette, o viene citata o sento una sua canzone, mi torna alla mente la mia migliore amica. sarà il suo nick "infatuation junkie", saranno i lunghissimi capelli stile alanis anni '90, fatto sta che oramai associo questa cantante alla mia migliore amica.
tralasciando questa stramba premessa, oggi ho messo su "jagged little pill", in macchina. nostalgicamente pensando alle mie elementari dopo il mio ultimo post. ho ascoltato quell'album anche per tutte le medie (ebbene, non solo la cassettina m'era stata rubata, ma successivamente il cd originale era stato dimenticato nel lettore cd portato a far riparare, e quindi andato perduto nuovamente. finalmente anni dopo sono riuscita a farmene fare una copia da un caro amico che mi ha recuperato questa mia perla dell'età infantile). una canzone in particolare m'ha fatto sorridere, mentre tornavo a casa da reggio. pensando alla mia attuale situazione sentimentale e a tutte le conseguenze alle quali questa può portare, ho visto "you oughta know" sotto un'altra luce. un po' mi sono risollevata. ho cantato fortissimo, a squarciagola per tutto il tragitto. :)




"I want you to know, that I'm happy for you
I wish nothing but the best for you both
An older version of me
Is she perverted like me?
Would she go down on you in a theatre?
Does she speak eloquently?
And would she have your baby?
I'm sure she'd make a really excellent mother

'cause the love that you gave that we made wasn't able
To make it enough for you to be open wide, no

And every time you speak her name
Does she know how you told me you'd hold me
Until you died, till you died?
But you're still alive

And I'm here to remind you
Of the mess you left when you went away
It's not fair to deny me
Of the cross I bear that you gave to me
You, you, you oughta know

You seem very well, things look peaceful
I'm not quite as well, I thought you should know
Did you forget about me Mr. Duplicity?
I hate to bug you in the middle of dinner
It was a slap in the face how quickly I was replaced
Are you thinking of me when you fuck her?

'cause the love that you gave that we made wasn't able
To make it enough for you to be open wide, no
And every time you speak her name
Does she know how you told me you'd hold me
Until you died, til you died?
But you're still alive


And I'm here to remind you
Of the mess you left when you went away
It's not fair to deny me
Of the cross I bear that you gave to me
You, you, you oughta know

'cause the joke that you laid on the bed that was me
And I'm not gonna fade
As soon as you close your eyes and you know it
And every time I scratch my nails down someone else's back
I hope you feel it...well can you feel it?

Well, I'm here to remind you
Of the mess you left when you went away
It's not fair to deny me
Of the cross I bear that you gave to me
You, you, you oughta know"




Irene


il ritorno dei traumi infantili
dresdenbell, giovedì, 02 ottobre 2008 at 20:58, commenti (2) ?
weirdo, maledetta da qualche dio, traumi infantili.

la mia prima esperienza come vittima di un furto risale alla quinta elementare. ai tempi non avevo un lettore cd, mi accontentavo di prendere a prestito quello di mio fratello una volta ogni tanto. ma data la mia precoce passione per la musica, qualche anno prima m'ero fatta regalare dai miei un walkman portatile, per leggere le ormai quasi del tutto perdute audiocassette. non avevo molti album su cassetta, il conto totole ammontava a DUE. rigorosamente ricavate dai cd del fratello già sopra citato. non è che fosse proprio robetta per una bimba di 10 anni... gli album in questione erano "get a grip" degli aerosmith e "jagged little pill" di alanis morissette.







dunque. una mattina andai a scuola e mi portai le mie cassettine, per poterle prestare a un'amica. lei le prese, le copiò, e me le restituì il giorno dopo in cortile, ancor prima di entrare in classe.
sciocca ed ingenua com'ero, le nascosi in tasca ed entrai a scuola. non so come siano impostate ora le cose, ma una volta, quando andavo a scuola io, gli appendiabiti per le giacche erano fissati nel corridoio fuori dalla classe. sfilai la giacca e la appesi. durante l'intervallo uscii e cercai le mie preziose fonti di musica, ricordandomi solo in quel momento d'averle lasciate nel soprabito. con mio enorme smarrimento ed orrore scoprii che non c'erano più. TA TA TAAAN. qualcuno aveva frugato in tutte le giacche e aveva rubato quel che aveva trovato. comprese le mie cassette con su gli aerosmith e la morissette. manco fossero state originali...
sconcertata dall'essermi trovata vittima di un atto così brutale (dopotutto ero stata privata di tutta la mia collezione musicale), cercai di consolarmi (oltre che col farmi regalare un lettore cd di mia proprietà e una serie di album) formulando pensieri positivi: in fondo il ladro aveva rubato della musica niente male... ;P






Irene


aaah, le vecchie cassette.. che nostalgia..
dresdenbell, sabato, 13 settembre 2008 at 13:39, commenti ?
weirdo, traumi infantili, inutilmente bello.


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Irene

le chiocciole-mela
dresdenbell, giovedì, 26 giugno 2008 at 15:22, commenti (1) ?
weirdo, maledetta da qualche dio, traumi infantili, inutilmente bello, trip cosmici.

l'altra sera a casa del torelizer, si ascoltavano i corti di elio e le storie tese. ridendo. ridendo fortissimo.
e sento il passaggio in cui vengono menzionate le "chiocciole-mela".. flashback istantaneo, ritorno a quand'ero piccina (veramente piccina). (ebbene sì, ritornano in forma ridotta i traumi infantili!)
non potevamo prendere un cane. i nostri padroni di casa ce l'hanno sempre proibito. come tutti i bambini, io e mio fratello ne desideravamo uno ardentemente e vedendoci privati della possibilità di adottare un cucciolo, cercavamo palliativi che colmassero il vuoto.
un giorno raccolsi una chiocciola in giardino. la misi in un barattolo con un po' di terra, qualche rametto e qualche foglia di insalata. divenne il mio animale domestico. durò anche un tempo discretamente lungo, finchè non la liberai in giardino.
quando ho raccontato la triste storia di me bambina disadattata che alleva una chiocciola anzichè un cane, il torelizer e lo uovo hanno riso moltissimo. in effetti è una storia tragicomica.

tore: "è come quelle famiglie che comprano un cane quando il figlio se ne va di casa. in questo caso non essendoci il cane, hai preso la chiocciola?!"
tore: "prendi un cane, il cane se ne va via, prendi una chiocciola. dopodichè la chiocciola se ne va e prendi il vibrione del colera. vedrai che quello poi non ti lascia più!"


ho riso poco, m'han detto... ;)




Irene


cavalieri, squali e pentole
dresdenbell, venerdì, 01 febbraio 2008 at 15:20, commenti (7) ?
weirdo, traumi infantili, inutilmente bello.

per la vostra gioia, dopo una lunga attesa, ritornano su intermittenze, i traumi infantili.
come già accennato in altre puntate della nostra amata rubrica, la mia infanzia è stata quanto mai solitaria, il che ha portato la mia mente a sviluppare un tipo di immaginazione alternativa. per farvi capire meglio cosa intendo, qui di seguito vi riporto 3 esempi di come il mio cervello lavorasse all'epoca.
il primo esempio, il più semplice, il più innocente e giustificabile, è cosa da poco a dire il vero. un errore che qualsiasi bambino al di sotto dei 5 anni avrebbe potuto commettere. ok, magari un bambino un po' stupido, com'ero io ai tempi.
sono stata cresciuta in parte da mia nonna. i miei genitori lavoravano tutto il giorno e di conseguenza io e mio fratello eravamo affidati ai nonni gran parte della giornata. tornavamo a casa per cena, ma il pranzo era compito dei nonni prepararlo. forse era la forza dell'abitudine, forse era la vecchia cucina "contadina", forse la quantità industriale di burro che mia nonna metteva nel condimento, ma non c'era nulla da fare. il riso e la pasta in bianco che mi preparava lei non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelli preparati da mia madre. e con gli anni mi son resa conto che non lo sono tutt'ora, nemmeno ai piatti che preparo io stessa. e ci ho provato a ricrearne il gusto, in ogni modo. niente da fare. ora SO che è questione di come si prepara un piatto, di come si è abituati a condirlo, ma da piccina non lo sapevo. quindi in mancanza di spiegazioni semplici e plausibili al fatto, la mia immaginazione prese a lavorare e creò una sua personale risposta al quesito: evidentemente la pentola in cui mia nonna mi preparava il pranzo doveva essere magica, o qualcosa del genere. ok, forse in parte una spintarella verso questa ipotesi mi era stata data da una storiella delle "mille e una fiaba". ad ogni modo mi ero totalmente convinta della cosa. ai miei occhi non v'era altra soluzione. finchè non esposi le mie idee a qualcuno che prontamente scoppiò a ridermi in faccia e mi spiegò come stavano davvero le cose. che delusione. che amarezza. niente magia nella mia vita.
mi consolavo continuando a crearmi storie interiori di eroi e audaci imprese. che avevano come protagonista assoluto mio nonno. sì, è così. mio nonno è sempre stato uno dei miei eroi. lui aveva fatto la guerra, doveva essere per forza un eroe. un super-eroe. e come tutti i super-eroi, di giorno manteneva la sua identità segreta, comportandosi normalmente, lavorando all'orto e curando la casa, magari facendo un giro al bocciodromo e fermandosi a portarci il gelato alla panna mentre rientrava a casa la sera. ma quando era sicuro che nessuno lo vedesse, indossava la sua armatura, brandiva spada e scudo e a cavallo della sua bicicletta verde partiva verso pericolose imprese, che di solito, avvenivano nelle colline fuori dal paese. me lo immaginavo combattere draghi e ogni sorta di mostro orrendo. all'età di 4 anni espressi la volontà di regalare una spada nuova al nonno, per natale. e anche lì le mie folli fantasticherie vennero segate, per essere rimpiazzate dalla verità. che il nonno era solo Il Nonno. non era un eroe super. nemmeno un eroe ordinario. doppia amarezza. doppia delusione.
è vero. a volte le incursioni della mia mente nell'irrealtà erano appoggiate da storie che avevo sentito, che mi erano state raccontate, o dalla voglia di evadere dalla piatta e triste realtà che mi circondava. non v'era nulla di eccitante, nulla di avventuroso nell'andare alla scuola materna e poi a guardare la tivvù insieme alla nonna. creavo personaggi cartacei ai quali far compiere viaggi intergalattici o da spedire in missioni impossibili (dalle quali uscivano sempre miraoclosamente illesi). non sempre però ero da sola in queste mie avventure stravaganti. talvolta capitava che a farmi compagnia ci fosse mio fratello (le rare volte in cui non si litigava e non ci si strappava i capelli).a volte coinvolgevamo pupazzetti o modellini vari a cui far esplorare tutti gli angoli della casa, a volte erano gli animaletti di plastica che venivano ingaggiati in lotte infra-specie, altre volte ancora non ci serviva nient'altro se non la nostra capacità di immaginarci le cose, e l'incredibile talento da oratore di mio fratello. ci fu un giorno in cui dopo aver disegnato pesci ed altri abitanti del mare su fogli di carta da stampante, ed averli appiccicati con lo scotch lungo tutta la tromba delle scale, mio fratello mi condusse in un vero e proprio viaggio negli abissi marini. l'esplorazione cominciava ai piani alti della casa, dal solaio, dove c'erano gli strati più alti dell'habitat marino, fin giù giù al piano terra, negli abissi oscuri. fingevamo entrambi di indossare una tuta da palombaro e di scendere senza peso attraverso le atmosfere.. il viaggio mi appassionò a tal punto da non dare più importanza al fatto che non ci fossero davvero alghe a sfiorarmi le gambe e pesci che mi nuotavano attorno. mio fratello mi guidava raccontandomi cosa avrei dovuto vedere. ma negli abissi le cose si fecero preoccupanti. erano rischiosi gli abissi, erano scuri e spettrali e bisognava stare attenti per non farsi scoprire dall'enorme squalo che li abitava, dovevamo fare piano e sgattaiolare via senza farci sentire. probabilmente lo scopo di mio fratello era solo quello di rendere il tutto ancor più elettrizzante, ma io ero proprio piccola e tremavo all'idea che potesse davvero esserci un mostro dietro l'angolo. e fu quando mio fratello disse: "shhh.. cos'è stato? ... aiuto, è lo squalo!", che il mio terrore raggiunse il massimo, e con gli occhi della mia fervida immaginazione, lo vidi davvero quell'enorme squalo bianco galleggiare nell'ingresso ed avanzare verso di me dimenando la coda. scappai al piano di sopra da mia madre, in lacrime. per un sacco di tempo dopo quell'episodio ebbi paura di scendere al piano terra, terrorizzata all'idea che da un momento all'altro potesse uscire da dietro un mobile un grosso squalo spettrale che nuotava verso di me anche in assenza d'acqua. essere deficienti fin da piccoli.

però oggi mi chiedo: è davvero meglio così? la consapevolezza della realtà fatta e finita, dove la nostra immaginazione è limitata a cosa si farà il sabato sera. o a come sarebbe bello abbandonare il nostro lavoro orribile e scappare all'estero. non era meglio lasciarsi trasportare così da qualsiasi piccolo input che ci veniva offerto, per poi abbandonare realmente la nostra vita comune per vivere in un mondo in cui le pentole erano magiche, le persone diventavano eroi quando nessuno li vedeva, e con mostri che vivevano dietro ai cassettoni? dove potevi pensare che non fosse davvero tutto lì, che continuasse dietro una facciata d'apparenza. chissà.

..dovrei controllarla quella pentola...





Irene



il gruppo fico
dresdenbell, mercoledì, 29 agosto 2007 at 14:16, commenti (4) ?
weirdo, polemica sterile, maledetta da qualche dio, traumi infantili.

sto ascoltando questa canzone che parla di sodoma e gomorra. beh, non solo di sodoma e gomorra, ma anche della fuga da una teocrazia totalitaria ed opprimente e bla bla bla.. non importa come, sono arrivata alla conclusione che ultimamente sto trascurando un po' quelle che sono le "serie portanti" del mio blog, ovvero "rubriche" come i traumi infantili e il diario di un porto dio. quindi è giunto il momento di rallegrarvi la giornata con qualche bel trauma.. ;)

occhei, a dirla tutta non è un vero e proprio trauma infantile, sebbene le radici del problema sprofondino nella mia più tenera età. è una problematica che mi ha accompagnata in ogni tappa della mia vita e dalla quale credo non mi separerò mai.. lo sapete di cosa parlo, il titolo del post dice tutto. già ci pensate, già i vostri ricordi riaffiorano.
il gruppo fico. volenti o nolenti tutti abbiamo avuto a che fare col gruppo fico. chi ne faceva parte e chi no. la mia tormentata carriera scolastica mi ha spinta ad un'analisi immediata della situazione sociale nella quale venivo forzatamente inserita. ogni volta varcavo la soglia dell'aula all'inizio dell'anno scolastico, in una nuova classe, e lo individuavo subito, il gruppo fico. eccolo là. gli studenti più vivaci, le personalità più carismatiche, e quelli fisicamente più attraenti. eccoli tutti là, a far gruppo. ma com'è ovvio, a contrapporsi al gruppo fico, per bilanciare la situazione, c'era il gruppo sfigato. il gruppo sfigato era composto dalle ragazzine secchione, da quelli "non alla moda", e magari da qualche personalità stramba. da brava bambina indipendente ed anticonformista, non ho mai fatto parte nè dell'uno nè dell'altro. ma.. dite la verità. era meglio appartenere alla prima categoria, no? rendeva le cose più facili. rendeva quelle 5 ore di scuola più sopportabili. sembra quasi una specie di benedizione (o una presa per il culo, a voi la scelta), ma quelli del gruppo fico riuscivano sempre a passarla liscia. o forse semplicemente non gliene fregava un beneamato cazzo di quello che succedeva loro intorno. non saprei..
oltretutto devo ancora capire se questa imposta divisione in caste sociali già da bambini abbia ripercussioni anche sul resto della propria vita. se l'aura dell'appartenente al gruppo fico segua gli individui per tutta l'esistenza, quasi come un amuleto.
mi sono convinta che non importa in che situazione mi trovassi. i miei problemi a livello di interazione sociale sono ben più radicati. ed appartengono alla mia persona.
io stavo nel mezzo. ero a parte. ero fra quelli che saltavano la lezione e fumavano nei bagni, ma che i compiti in classe li facevano come si deve.

tutti quelli a favore dell'individualità..




Irene


jcb
dresdenbell, lunedì, 04 giugno 2007 at 12:01, commenti (3) ?
serietĂ , weirdo, traumi infantili.

è strano come dopo una disgrazia tu riesca a portare avanti una vita tutto sommato normale, a volte quasi ti sembra non sia successo nulla. okay, ogni tanto hai anche tu i tuoi momenti di sconforto, ma hai l'impressione che siano più dovuti allo stress generale che ai pensieri che ti frullano in testa, pensieri che ti portano ad una stramaledettissima notte. ed è come se tu avessi perso tutti i bei ricordi, tutto l'amore. come se tutto se ne fosse andato. poi.. basta una cosa piccola. una canzone. una canzone che parla di un bambino. un bambino di 5 anni che racconta. racconta di suo padre che lo porta in giro sul "jcb", la ruspa gialla. e lui sta seduto di fianco al suo papà, che gli sembra un gigante, ed è felice di non essere a scuola. e immagina che improvvisamente quella ruspa possa trasformarsi in un grosso robot e portarli in volo su nel cielo. oppure vorrebbe essere lui stesso a trasformarsi in un tirannosauro. e racconterà ai suoi compagni di classe che suo padre era come bruce lee. è una canzoncina stupida. me ne rendo conto. allora perchè quando l'ascolto, non riesco a non commuovermi? e non so come, nè perchè, mi viene in mente un episodio legato a mio padre. uno degli episodi che credevo fossero andati perduti.
così, avevo all'incirca 11 o 12 anni, prima media. ero a scuola, decisamente triste durante la lezione, perchè nel weekend il cagnolino di mia nonna (cane a cui tenevo moltissimo), era scappato. nei campi poco fuori dal mio paesino. papà, vedendo quanto ero giù per questa perdita, e forse temendo anche per la salute della povera bestiola (ancora piuttosto piccola), decise di andare a cercarla. e la trovò. così, mentre seguivo una qualche lezione di italiano o storia, arrivo la bidella, che bussò alla porta e chiamò il mio nome, dicendo: "c'è tuo papà giù", ed io scesi le scale di corsa, e trovai in fondo ai gradini papà, che sorrideva e mi disse: "abbiamo trovato la penny. tutto a posto, sta bene. oggi ti passo a prendere e andiamo a mangiare dalla nonna tutti quanti". ed ero enormemente felice. abbracciai forte mio papà, che aveva sacrificato una mattinata di lavoro per farmi felice. corsi su per le scale, contenta, fino in classe. e la maestra mi chiese: "l'avete trovato?" (ovviamente le avevo raccontato tutto). annuii, pensando che mio papà fosse una sorta di eroe.
basta poco, una stupida canzone per farti ricordare dell'amore smisurato per una persona che non c'è più. una canzone per rassicurarti di essere ancora umana. una canzone che ti aiuti a non dimenticare.



Irene


essiccati
dresdenbell, venerdì, 13 aprile 2007 at 22:36, commenti (6) ?
weirdo, traumi infantili.

nuova puntata dei traumi infantili. questo dramma si svolge in tempi antichi, ovvero più o meno intorno al 1995/96. all'incirca la terza elementare per me. quell'anno la nostra maestra di matematica e scienze era andata in pensione ed al suo posto era arrivata una nuova maestra molto più giovane e simpatica, nonchè innovativa! invece di passare le lezioni di scienze seduti in classe a sbuffare sui libri, ci faceva uscire all'aperto a fare esperimenti di fisica un po' per capire come funziona il mondo, un po' per farci sfogare a dovere prima di tornare in classe. oltre a sperimentare catastrofi nucleari, in cortile si raccoglievano anche campioni di vegetali e animali da osservare in classe. così, un giorno la maestra ci porta in cortile a scavare buchi nel terreno e raccogliere lombrichi. obiettivo della lezione: portare i lombrichi in classe e costruirgli un idoneo habitat in cui poterli lasciare per essere studiati. probabilmente la maestra aveva scelto i lombrichi come forma di vita da studiare poichè erano esserini indifesi e di poco impegno. ovviamente noi alunni eravamo elettrizzati senza motivo dalla cosa. dovevamo comunque prenderci cura degli animaletti striscianti bagnando ogni tanto la terra e cose simili. avevamo ricavato un "terrario" con una vaschetta in alluminio per il forno (pensate un po' voi..) riempita di terriccio e humus. com'è naturale, avevamo messo il tutto sulla cattedra. dopo una settimana, quella tragica mattina, la nostra maestra di italiano, disgustata dallo spettacolo di quei lombrichi che si contorcevano sotto il suo naso, decise di spostare il tutto e metterlo in un posto lontano dalla sua vista. e noi alunni non protestammo. e fu un errore. perchè ci dimenticammo di loro per tutto il giorno, fino alla mattina dopo. la mattina dopo, quando durante la lezione di scienze la maestra chiede: "allora, dove sono i nostri amici lombrichi?" e cercando attorno il terrario, lo trova nel posto in cui era stato messo il giorno prima dalla collega. ovvero sopra il termosifone. che era rimasto acceso tutto il giorno. il destino dei poveri esserini nel terrario era segnato fin dall'inizio. infatti, guardando all'interno della vaschetta, lo spettacolo era agghiacciante. decine di lombrichi secchi e indubbiamente morti di una morte terribile. si scatenò il panico tra i banchi. i bambini erano incazzati, le bambine piangevano ed io.. io sola ridevo. l'occhiataccia che mi lanciò l'insegnante fu talmente eloquente che mi zittì quasi immediatamente. "povere bestiole", continuava a dire lei. io non mi fermai nemmeno un momento a pensare all'atrocità della cosa. semplicemente mi divertiva il fatto che non avremmo potuto fare lezione. ;P




Irene


quelle piccole rivincite
dresdenbell, mercoledì, 31 gennaio 2007 at 18:22, commenti (6) ?
weirdo, polemica sterile, traumi infantili.

lo so. non dovrei essere vendicativa. in effetti non lo sono. però quando riesco a prendermi una piccola rivincita, mi sento benissimo. al settimo cielo. una pasqua. euforica. invincibile. (ok, basta..)
per cui lo so che non dovrei godere del fatto che tu, sì, proprio tu che quando ero appena dodicenne, una dodicenne emarginata, piccola, insignificante, bruttina, grassottella etc. etc., mi prendevi in giro e mi facevi i dispetti, tanto che ero terrorizzata tutte le volte che dovevo uscire da scuola e non c'erano i miei amici a far la strada di casa con me, sì, proprio tu, che solamente per il fatto che eri più grande te ne bullavi e mi facevi passare per idiota coi tuoi amici, tu che per anni sei sparito dalla circolazione, non dovrei godere del fatto che tu oggi non mi abbia riconosciuta, vestita, acconciata e truccata com'ero per il colloquio, e che tu ci abbia provato con me. tu che ora fai un lavoro a contatto col pubblico, un lavoro come tanti, quando sembrava che invece avresti spaccato il mondo come dirigente aziendale. tu che oggi non hai riconosciuto quella ragazzina sfigata e bruttina che ero, ma ci hai provato con me quando mi son fermata al tuo posto di lavoro. sì, proprio tu. non sai quanto grande è stata la soddisfazione che ho provato nel vedere la tua faccia, nell'accorgermi che stavi tentando un approccio, nel vedere quanto fossi timido. non puoi immaginare quanto grande mi son sentita. quanto potente. per cui ti ringrazio, dal profondo. grazie mille, davvero. perchè uscita dal colloquio (che in effetti non è andato esattamente come avrei voluto, ma vedremo..), mi sentivo una come tante, anche un po' abbattuta, forse. invece, grazie alla tua performance, mi sono ravvivata. grazie ancora.

ah, le piccole rivincite..





Irene



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